Walter Massa e il Timorasso: “Quando i langhetti mi davano del matto”

Stappato walter massa montecitorio bigolla

Walter Massa e il Timorasso. Enfant terrible del vino, anarco-situazionista di Monleale, donnaiolo inveterato, estremista di centro, battitore libero, pilota di motocross, fondatore della Fivi, un po’ matto e un po’ genio. Ha detto di sé: «Potevo fare il manager mezza sega, l’industrialotto con la erre moscia, ma sto bene sul trattore, voglio vivere la mia vigna. E poi 30 anni fa rimorchiavo se dicevo che ero un enologo, oggi si rimorchia di più a fare il vignaiolo».
Ha sdoganato il tappo a vite e ha un grande rispetto per tetrapack e tavernelli vari. Fa un vino di qualità altissima, ma è capace di fare squadra e rete con gli altri produttori locali e nazionali.
Walter Massa è il profeta del Timorasso, uva autoctona della provincia di Alessandria. E’ l’uomo che nel 1987, quando in zona si coltivava Chardonnay e Cabernet, si è giocato tutto, nello scetticismo generale, su un vitigno difficile e in via di sparizione. I bianchi piemontesi annaspavano, difesi solo da Cortese (Gavi), Favorita, Erbaluce e Arneis. Nel 2009 i produttori di Timorasso erano 21, oggi sono circa 50. Gli ettari vitati erano 50 , ora sfiorano i 200. Da qualche anno stanno accorrendo in zona i grandi «langhetti» come Roagna, Vietti, Borgogno, Oddero, Rivetti e Pio Cesare, tutti pronti a cimentarsi con il Timorasso per produrre un grande Derthona. Non contento, Massa ha fatto una grande Barbera, il Monleale, e una grandissima Barbera, la Bigolla.
Abbiamo scelto Walter Massa come produttore dell’estate per Stappato (qui trovate la sua box!) e lo incontriamo a Monleale, nel suo regno. E’ un fiume di energia. Vende una cassa a turisti di passaggio, ci apre un Montecitorio e una Bigolla, annuncia che vuole valorizzare il territorio investendo in un albergo diffuso, ci scarrozza con una guida spericolata in una jeep tra le vigne, ci porta a mangiare alle Vinaie gli agnolotti di carne, ci fa scoprire le pesche di Volpedo e Roberto Chiapparoli, produttore e poeta, amante degli endecasillabi. Massa è ironico e sferzante, sbrigativo e gentile, sboccato e generoso. Non sa cosa sia il politicamente corretto, dà giudizi netti e a volte irriferibili, è un’enciclopedia di storia del vino, un illuminato che avrebbe potuto fondare un impero o creare vini meravigliosi. Per fortuna, ha scelto la seconda strada.

“Il Covid è stata una guerra mondiale e come in tutte le guerre c’è chi ci lascia le piume e chi diventa ricco. Ma al mondo del vino il virus ha fatto solo del bene”.

Perché il Covid ha fatto del bene al vino, disastro a parte?

«Alla mia azienda non ha fatto di certo male. I grandi vini con qualche mese in più migliorano. E anche le 6.000 bottiglie di moscato Anarchia Costituzionale non ho paura di farle bere nel 2021. E poi ha fatto del bene perché siamo stati in casa, non siamo andati al bar a bere caipirinha, non siamo andati al club del golf o del tennis a bere dei mezzi vini, non siamo andati allo stadio. Siamo rimasti a casa: qui o consumavi libri, vino o, al massimo, sigari. Magari siamo andati in cantina a pescare bottiglie poco conosciute che abbiamo potuto meditare. Magari ci è piaciuto. Insomma, probabilmente abbiamo bevuto meglio e torneremo a bere quello che ci è piaciuto”. 

C’è chi ha fatto distillare il vino e l’ha trasformato in gel sanificante.

«Un autogol clamoroso. Il vino è autosufficiente, non servono queste cialtronate.  Il Piemonte produce 3,5 milioni di ettolitri di vino e ne commercializza 15: prima di distillare il nostro vino, impariamo a farlo e a comunicarlo. Poi, se abbiamo vigne che non funzionano,  tipo il brachetto, le sostituiamo».

Ah “le stesse patate, lo stesso brachetto”. “Le cose che abbiamo in comune” di Silvestri, 1995. Ma ormai è morto il brachetto.

«Per forza che è morto, il consorzio è in mano a gente che non dialogo con il popolo e non ha nessuna capacità di leadership. Nell’Acquese non hanno avuto la forza di coltivare aziende a valenza contadina. La trentennale chimera del Moscato ha portato pigrizia in cantina».

Molti produttori in questo periodo si son fatti il sito e hanno cominciato a vendere il vino da soli. Che ne pensi?

«Io la labirintite mica me la curo da solo. Vado dall’otorinolaringoiatra. Sono un fuoriclasse a guidare il trattore e a fare girare le presse, ma a vendere il vino no. Non è il mio lavoro. Non ho neanche Internet».

Snobismo?

«Se Bartolo Mascarello è diventato uno dei più grandi produttori di tutti i tempi senza avere il telefono in casa, io posso anche non avere il sito. Copio da quelli più bravi di me».

Ci sono? Chi sono?

«Ma certo, ce n’è tanti. Salvo Foti, Arianna Occhipinti, Nino Barraco, Francesco Guccione e tanti altri siciliani. Spostandoci in altre Regioni,  A Vita in Calabria, Elena Fucci in Basilicata, Gaetano Morella e Gianfranco Fino in Puglia e tanti altri». 

Passiamo al Timorasso. Lo hai ripescato dall’oblio, sei stato un po’ il suo (ri)scopritore. Ora arrivano i grandi produttori. Sei contento o ti dà fastidio.

«Ma no, mi fa un grande piacere. E’ la ciliegina sulla torta, è il successo di una vita di lavoro. Il Tortonese, pur con quattromila anni di storia, non era considerato nel mondo vino. Proviamo a fare un riepilogo».

 «Negli anni ’80 e ‘90 ero un matto perché credevo in un’uva che se non c’è più, un motivo ci sarà. Negli anni 2000 ero un coglione perché ho aiutato i miei colleghi a credere in questo vitigno, invece di bloccargli le viti. Negli anni ’10 ero un fesso perché ho agevolato Roagna, Vietti, Borgogno, Oddero a comprare terreno. E ora sono diventato un egoista perché con il Consorzio abbiamo messo un limite agli impianti».

A parte l’ingenerosa ricostruzione tutta in negativo, visto che sei il padre nobile del Timorasso: ma quindi vogliamo fermarci a 300 ettari?

«No, ragioniamo. Sessant’anni fa nel Tortonese c’erano 6 mila ettari di vigna, oggi meno di 2 mila. Volendo c’è spazio. Ma capiamo se ha senso. Va bene avere comunque una gamma ampia».

Magari non amplissima come il prosecco.

«Lì è molto larga. C’è molta roba mediocra, che rovina persino il Campari oltre all’immaginario collettivo. Poi però bevi, Casa Coste Piane, Carolina Gatti, Follador, Gregoletto e diversi altri e godi, perché sono grandi vini. Il resto bevetevelo voi». 

Ora il Timorasso è sottozona dei Colli tortonesi. Sta diventando Doc?

«Derthona è un marchio che ho registrato io e ceduto al consorzio di tutela. Abbiamo chiesto che diventi doc, con il nome Derthona, nome romano di Tortona. Nome che ci difenderà perché se piantato in altri territori, tipo i limitrofi Monferrato e Oltrepò,  il Timorasso di Tortona verrà identificato con il territorioo. Così come per la Barbera, nel Tortonese è prevista la sottozona Monleale».

La vecchia questione del nome del vitigno e dei francesi che si guardano bene dal chiamare pinot nero il loro vino. Ma il Cortese?       

«Per me il grande Cortese si fa nella zona del Gavi. Qui, di qua da Scrivia, a mio parere, difficilmente raggiunge l’eleganza del Gavi».

Stappato Walter Massa Turacciolo

La tua barbera è molto alcolica.

«E’ questione di compensazione con l’acidità. Sennò devi disacidificare con il bicarbonato. Ma così diventa liscivoso, va a intaccare il ph e gli manca la verticalità. La disacidificazione la devi fare in vigna facendo maturare l’uva, meno acido tartarico c’è più zuccheri ci sono, e quindi alcol».

Il tuo Monleale fa barrique vecchia e la Bigolla barrique nuova. Cosa diciamo a chi vede ancora la barrique come il demonio?

«Che questi li facciamo bere agli altri, a chi li apprezza. Se uno beve ancora le etichette e i protocolli, non ci siamo».

Due anni fa avevi annunciato un’entrata in politica. Com’è andata? Ti sei pentito?

«La storia nasce dall’amico Oscar Farinetti e dal libro Storie di coraggio. Ci avevo pensato. Ma meglio così, meglio far del vino, ascoltar canzoni e far casino, come canta Francesco Guccini».

Vignaioli e politica è un rapporto difficile. Vedi Fulvio Bressan.

«E’ un testa di cazzo, ma tolta la pellaccia ha una sua umanità. Faceva lo psicologo a Udine. Mi disse: ho ancora davanti i 400 bambini che ho visto morire, per poi  dirlo ai genitori. Poi, certo, Bressan ha detto delle cose che poteva risparmiarsi».

“I miei vini, per fortuna, non piacciono a tutti ma solo a uno su due. Il vino, del resto, ha il Ph basso che lo difende dal diventare aceto: io ho la mia acidità che mi difende dai coglioni”

Un’altra promessa, anzi minaccia, che non hai rispettato. Avevi detto che avresti mollato la vigna.

«Sì, non l’ho fatto. Ma è colpa dei nipoti, hanno un grande talento e tanta passione e non si può non approfittare di questa fortuna».

Tu non sei certificato biologico né altro. Perché?

«Sei tu che sei venuto a cercare me, no? Non il contrario. Il vino va bevuto e pisciato. Se lo pisci con il mal di testa, non va bene. Il messaggio passa dal bicchiere, non dalle certificazioni».

Tu usi zolfo e rame in vigna?

«Più zolfo che rame, perché qui imperversa l’oidio».

Solfiti ne usi molti?

«Pochi. Sui rossi e sui bianchi in bottiglia vado sotto i 50 mg con tutto, tranne che con il moscato, che imbottiglio a 90mg. Il Timorasso 2019, ancora in cantina sulle fecce nobili, in questo momento è senza solfiti aggiunti».

Come lo fai il Timorasso?

«Derthona, Costa del Vento,  Montecitorio e Sterpi li faccio tutti nella stessa maniera.  L’uva macera due giorni, viene pressata, il mosto decantato a freddo, separato, poi scaldo, stimolo la fermentazione alcolica, un anno sulle fecce nobili e a settembre lo travaso. La differenza sono la vigna e il territorio».

Ma Costa del Vento e Montecitorio sono molto diversi. Uno è elegante e verticale, l’altro più opulento. Perché?

«Perché uno è esposto a est, dove c’è l’ombra, l’altro a ovest, dove l’ombra arriva alle nove di sera».

Il tuo moscato Anarchia Costituzionale (che nome) com’è fatto?

«E’ fatto esattamente come si fa il moscato d’Asti nell’astigiano. La differenza è che l’uva viene macerata in presenza di solfiti aggiunti per 24 ore, a freddo, per estrarre gli aromi del moscato. Così si ha un vino più ricco di aromi e più carico di colore. Lo faccio macerare un po’, come facevano i nostri nonni, che maceravano ad alzata di cappello».

I tuoi vini li filtri?

«Dipende dai vini. Non ci sono regole. I bianchi li filtro, il Monleale e la Bigolla no. Perché no? Perché in questo caso non è necessario». 

Giusto, Walter: anarchia ma costituzionale.

 

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Il recensore, un po’ diavoletto e un po’ maiale, di Puntarella Rossa.

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