Dal Nebbiolo a Juliette Colbert, storia del Barolo, il vino dei re

Stappato Barolo Classico 2016

Nella Box di Fafiuché, e non poteva essere diversamente, c’è un barolo. Per la precisione c’è il Barolo Classico 2016 di Domenico Clerico, da Monforte d’Alba. Ma c0s’è esattamente il Barolo e perché è uno dei vini migliori d’Italia? Ecco tutte le curiosità e la storia di questo vino straordinario.

Il vitigno, off course

È il nebbiolo, vitigno autoctono piemontese, anzi delle Langhe. A differenza di altri vitigni «internazionali», tipo merlot, shiraz e così via, il nebbiolo è piemontese doc. Viene bene, o meglio, viene così solo nelle Langhe.

 

E poi il territorio, 11 Comuni.

Il Barolo, per disciplinare, si può fare solo in undici Comuni delle Langhe: Barolo, Castiglione Falletto,  Serralunga d’Alba, La Morra, Monforte d’Alba, Roddi, Verduno, Cherasco, Diano d’Alba, Novello, Grinzane Cavour.

 

L’invecchiamento

Secondo il disciplinare, il Barolo richiede un invecchiamento di almeno 38 mesi, di cui 18 in botti di legno, a decorrere dal 1º novembre dell’anno di produzione delle uve.

Si racconta che un giorno, la marchesa Falletti offrì a Carlo Alberto 325 “carrà” di Barolo – una per ogni giorno dell’anno ad eccezione del periodo di astinenza quaresimale – perché il Re aveva espresso il desiderio di assaggiare quel “suo nuovo vino”; l’omaggio passò alla storia: le “carrà” erano infatti botti da trasporto su carro, della capacità di 12 brente (circa 600 litri). Re Carlo Alberto rimase così entusiasta del vino avuto in dono, che decise di comprare la tenuta di Verduno per potervi avviare una sua produzione personale, ed altrettanto fece il Re Vittorio Emanuele II, alcuni anni dopo, acquistando la tenuta di Fontanafredda a Serralunga d’Alba.

 

Il tannino

È una sostanza contenuta nelle bucce dell’uva, nei vinaccioli e nei raspi. Ce n’è più o meno a secondo del vitigno. Ad esempio, la Barbera ne ha ben poco, il Nebbiolo tanto. Ha un effetto astringente sul palato. Allappa, si dice: non è una cosa brutta, anzi. Certo, occorre che il tannino sia vellutato, il che avviene di solito con una permanenza di qualche anno nelle botti di legno. Il nebbiolo, e dunque il barolo, ne ha tanto. E meno male.

 

Un tempo era dolce, poi arrivò Cavour. 

Fino alla metà dell’800 era un vino dolce (anche lo champagne, tra l’altro, con residui zuccherini che spesso rifermentavano in bottiglia. Fu Cavour, sindaco di Grinzane, a dargli una svolta: chiamò un enologo francese, Oudart. Poi arrivarono i marchesi di Barolo, Tancredi Falletti e soprattutto la francese Juliette Colbert, che impressero la prima svolta importante.

 

I Barolo boys

Fu una sorta di rivoluzione culturale, molto contestata dai tradizionalisti, che vide arrivare alla ribalta una generazione di giovani viticoltori. Un movimento di rinnovamento con aspetti positivi: si introdusse il diradamento (per selezionare di più le uve), si buttarono botti e vasche vecchie, facendo pulizia in cantina, si cercarono di smussare le asperità dei Barolo austeri di un tempo grazie all’uso di legni nuovi e barrique. Scoppiò una guerra feroce. Da una parte Rivetti, Clerico, Altare, Sandrone. Dall’altra, Bartolo Mascarello, Beppe Rinaldi. C’è anche bel doc da vedere, con un giovane Joe Bastianich.

 

Gaja e il tartufo

“Ci fu una epoca nella quale vendevo il Barbaresco del 1973 a 900 lire a bottiglia, e tornavo a casa incazzato. Ho passato inverni a guardare dalle vetrine i grandi ristoranti di New York, dentro vendevano solo vini francesi e io ero disperato. Poi giocai la carta vincente: il tartufo, la trifola. Organizzai pranzi e cene, dalla California alla Florida, e a tutti dicevo: il tartufo sapete cosa vale, quanto al Barolo regolatevi, basta che sappiate che è il vino del tartufo”.

 

Solo nelle Langhe

Lo Chardonnay, il vitigno bianco re di Borgogna, occupa 201 mila ettari. Il Pinot noir ne occupa 112.000. Di nebbiolo ci sono solo  7000 ettari: di questi, 6500 sono in Italia, praticamente solo nelle Langhe

 

Il Barolo di una volta? Faceva schifo

Ai nostalgici che ripetono l’elogio del “barolo di una volta”, Angelo Gaja rispose con poco romanticismo: “Fino al 1980 il Barolo all’80% era taroccato. Qui c’era un traffico pazzesco di autocisterne che arrivavano dal Sud Italia. Una politica miope vietava l’aggiunta di zucchero, che in Francia è permessa. Il risultato fu il caos. Poi dopo i grandi scandali, tutto è cambiato”.

 

L’Albeisa

La bottiglia dei vini delle Langhe è l’Albeisa, riscoperta nel 1973 da Renato Ratti. Allestendo il museo del vino, trovò alcune vecchie bottiglie, diverse dalle bordolesi. Capì che che si trattava di bottiglie prodotte ad Alba e scomparse durante il periodo napoleonico. Così mise insieme una vetreria e un gruppo di produttori, con un esempio unico di marketing in Italia. L’albeisa oggi è usata da 300 produttori per oltre 10 milioni di bottiglie e identifica un territorio. È simile alla Borgognootta, solo un po’ più slanciata, e riporta quattro volte la scritta albeisa. Chi usa questa bottiglia, deve essere socio di un’associazione: ogni volta che si acquista una bottiglia, la vetreria riconosce un 5% all’associazione, che usa quel denaro per promuovere i vini del territorio.

 

L’eleganza della Morra

La caratteristica del Barolo di la Morra è l’eleganza. A differenza di altre zone, dove i vini sono più austeri, a volte duri, con tannini più marcati, i vini della Morra sono più armonici, floreali, aromatici, e possono essere bevuti anche abbastanza giovani.

 

Chiuso e austero, come i piemontesi.

“Il Barolo riflette molto bene le caratteristiche che si attribuiscono generalmente ai piemontesi. Si presenta un po’ chiuso, ma quando si inizia conoscerlo dà la propria disponibilità, si fa apprezzare pur rimanendo composto. Ecco, la caratteristica che amo del Barolo è la sua compostezza. È un vino importante, di grande presenza, ma non grida.
Ernesto Abbona, Marchesi di Barolo.

 

Meglio il Barolo difficile

“Negli anni si è cercato di ridurre i difetti nella produzione curando meglio le botti, ma ci si è spinti troppo oltre. Si assaggiava il vino e ci si chiedeva: ma questo cos’è, è davvero Barolo? Mi intristiva l’idea che ci dovessimo adattare a un gusto internazionale, a scapito della nostra dignità. Lo stesso Veronelli, accondiscendente all’inizio, alla fine diceva: non sento più l’aroma barolesco. I vini francesi, quelli che bevono loro, quelli blasonati, non sanno di legno. Il Barolo è tra i pochi vini al mondo che con l’invecchiamento migliora. Vanno mantenute  le caratteristiche che gli sono proprie, anche con i presunti difetti: l’austerità, la severità, la tannicità, il colore scarico. Preferisco un Barolo difficile, che non si lasci abbordare da chiunque. Deve rimanere un vino che costringe a compiere un percorso di ricerca, di arricchimento, prima di poterlo gustare davvero”.
Beppe Rinaldi

 

Il Barolo più buono non esiste

“Negli anni 80 è stato commesso un errore, si cercava di fare il Barolo più buono di tutti. Ma cercare il Barolo più buono è una follia. Bisogna cercare apprezzare le differenze. C’è il Barolo di Bricco Boschis e il Barolo di Vigna Rionda, il Barolo di Cannubi e quello di Brunate”.
Alfio Cavallotto

Citazioni tratte da “Il mistero del Barolo”, di Giovanni Negri, e “Andar per cantine – Barolo”, di Mauro Fermariello.

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