Sean il Guercio e Tenuta di Carleone: “Il mio Sangiovese baby, tra Pinot e Nebbiolo”

Sean il Guercio e Tenuta di Carleone: “Il mio Sangiovese baby, tra Pinot e Nebbiolo”

Il nome vero è Sean O’ Callaghan, ma ormai tutti lo chiamano Sean il Guercio. Lui non si offende, anzi. Uno dei suoi vini di punta lo ha chiamato proprio così e, tra un bicchiere e l’altro, durante l’intervista nella sua piccola cantina di Radda in Chianti, ci racconta l’origine del nomignolo: «In una serata alcolica l’amico chef un po’ alticcio Francesco Berardinelli, del ristorante Beccofino, mi ha dato affettuosamente del guercio bastardo. Mi è piaciuto molto, tanto che ho chiamato Guercio uno dei miei vini più particolari».

Sean il Guercio è un personaggio molto simpatico e la sua storia fa capire bene quanto la tradizione possa e debba contaminarsi con la ricchezza del mondo: nato in Sri Lanka, è cresciuto in Gran Bretagna, poi è rimasto per otto anni in Germania, dove si è sposato. E’ venuto a Radda per uno stage e si è fermato molti anni a Riecine, storico produttore di Chianti. Qualche anno fa, l’azienda è stata acquistata dai russi e lui è stato messo alla porta, perché considerato troppo ingombrante. Ma nel frattempo stava già collaborando con Karl Egger, un industriale austriaco di tubi che si era innamorato della Toscana e si era comprato case e vigne, creando nel 2012 l’azienda vinicola biodinamica e biologica Tenuta di Carleone. 

Sean, tutto comincia proprio con il Guercio. 

«Sì, quando ho lasciato Riecine, c’è stato un po’ di rumore sui social. Io stavo già collaborando con Egger ed era appena uscito questo vino. Bibenda mi ha inserito nei migliori vini d’Italia e il Guercio è diventato un vino cult». 

Con Tenuta di Carleone sei cresciuto all’improvviso.

«Sì, perché in una grande azienda conta il nome dell’azienda. Qui Karl mi ha offerto di lavorare con una libertà completa. Faccio i miei vini, sperimento, do la mia interpretazione del territorio. In tre anni Tenuta di Carleone è molto cresciuta, ci stiamo per allargare e comprare una vecchia fabbrica di terracotta. Avremo presto una cantina nuova». 

“Il Sangiovese non è un vino grosso, nero, scuro: può essere un vino anche molto elegante”

Parliamo del Sangiovese. 

«Ti racconto un aneddoto. A Londra c’è questo bellissimo ristorante Frenchies, dove le sommelier sono tutte ragazze. Quando sono andato, mi hanno abbracciato e baciato e già questo mi è piaciuto molto. Poi una delle ragazze mi ha detto, con un bellissimo accento francese, il tuo sangiovese sembra un baby tra pinot nero e nebbiolo. Ecco, la mia idea è dimostrare che il Sangiovese non è un vino grosso, nero, scuro, può essere un vino anche molto elegante. E che è uno dei più grandi vini del mondo, insieme a Pinot nero e Nebbiolo».

E’ cambiato molto il Sangiovese negli ultimi 30 anni?

«Sì, perché è cambiato il clima. Negli anni ’90, il sangiovese non era mai maturo, si vendemmiava a fine ottobre, si lasciava il più possibile, ma non si arrivava mai a una gradazione alta. Ora abbiamo vendemmiato il 20 settembre, con vini che arrivano a 15 gradi. Prima l’estate si rompeva a ferragosto e faceva due settimane di pioggia estiva». 

Era migliore quello di 30 anni fa?

«L’ideale sarebbe il clima di allora e la tecnica di oggi». 

Allora c’era una cultura differente. 

«Si è sbagliato molto nel Chianti. E’ sempre stata una zona di mezzadria, a differenza del Piemonte. Nella mezzadria conta soprattutto la quantità. L’idea di qualità è nata tardi». 

“Un tempo c’era il merlot e si usavano legni nuovi e tostati. Il vino sembrava quasi caffè”.

Anche i gusti sono cambiati.

«Quando sono arrivato si volevano fare vini grassi. Per questo c’era il merlot e si usavano legni nuovi e tostati. Il vino sembrava quasi caffè. Io faccio esattamente il contrario: uso il legno nuovo solo nei vini più esili ed eleganti». 

Hai anche Riesling.

«Sì, perché l’ho portato dalla Germania, dove ho vissuto. Ma preferisco gli autoctoni agli internazionali. Il disciplinare degli anni ‘90 del Chianti ha tolto il trebbiano e la malvasia, sbagliando, e ha aggiunto vitigni internazionali».

Qual è la tua idea di Chianti? 

«Io voglio dare la mia interpretazione del Sangiovese. Con il Chianti Classico, l’Uno e il Guercio uso 100 per cento di sangiovese». 

Ti ho sentito fare l’elogio della volatile

«In realtà non la faccio venire apposta. Ma se è poca e ben integrata nel vino, e lo stesso discorso vale per legno e tannino, va bene». 

Usi lieviti indigeni e non selezionati. Perché?

«Perché sarebbe troppo facile aggiungere altri lieviti». 

Troppo facile? Sembra una concezione un po’ cattolica, che bisogna soffrire per fare vino buono. 

«No, ma quando una cosa è troppo facile, non è bella. Bisogna correre qualche rischio per creare cose interessanti”.

“Le commissioni di degustazione andrebbero abolite”

E invece?

«A me piace fare il mio vino. Poi capita, per esempio, che mi boccino il vino. Il Chianti Classico 2018 me l’hanno fatto rivedibile. Non piaceva il colore, la volatile. Ma se assaggi prima un vino grasso con un 20 per cento Syrah dentro e poi assaggi il mio, è chiaro che poi dici che non va bene. Ricordiamoci che i degustatori non sono professionisti ma volontari.  Le commissioni, secondo me, andrebbero abolite». 

Addirittura. E come lo certifichi il vino?

«Basta prendere il vino da una vigna di Chianti Classico. E’ come se a Picasso avessero detto di non fare quei disegnini strani perché non era vera arte.  C’è anche un problema dei consorzi, perché sono gestiti dai grandi produttori. E anche quando i presidente sono bravi, come l’attuale, i burocrati restano». 

Aboliamo anche i consorzi?

Ride. «No, però andrebbero cambiati tutti i burocrati. E poi i farei un consorzio unico del Chianti, con la zonazione, senza distinguere tra Classico e non. Così avremmo un consorzio molto più grande e forte, ma diviso in tante zone.  Anche perché, se esci dall’Italia, per loro è tutto “cianti“. Non vedono differenza».

“Gran Selezione? A cosa serve, per avere un vino ancora più speciale della Riserva che era già speciale?”

Vogliamo parlare della «gran selezione», che si è aggiunta alla dizione Riserva?

«E’ un come quando c’è un fuoco e tu butti l’acqua. C’era il problema della Riserva che non riesce ad avere abbastanza visibilità. Ma funziona davvero tutto questo marketing sulla Gran Selezione? Per avere un vino ancora più speciale della Riserva che era già speciale?». 

Domanda retorica, mi pare.

«A Riecine io avevo smesso persino di fare la riserva e avevo fatto il mio vino: il Riecine di Riecine. Qui da Carleone  ho fatto Uno». 

“Alcuni vini naturali sanno di mela fermentata, di sidro”

Ci tocca parlare di vini naturali? Tu sei un produttore naturale?

«No. io faccio vini naturali, biologici e biodinamici, ma non sono un produttore naturale. Perché non voglio essere confuso con qualche cialtrone che se ne approfitta. E perché c’è grande differenza tra uva fermentata e vino. Se lasci tuo figlio quando nasce da solo, cresce lo stesso, certo: ma chissà come. Alcuni vini naturali sanno di mela fermentata, di scrampy, di sidro».

I bianchi macerati ti piacciono?

«Alcuni sono molto buoni, ma li trovo spesso simili. Il terroir scompare».

L’anfora?

«Non mi piace tanto il sapore di anfora, sa di terra. Però, anche qui, ci sono alcuni vini fatti in anfora che sono molto buoni. Bisogna lavorare sulla complessità». 

Foto di Benedetta Falugi

Due produttori di Chianti che ti piacciono?

«C’è il Monte Bernardi di Michael Schmelzer, un amico americano di padre tedesco. E Fattoria Poggerino, di Piero Lanza».

Fuori dal Chianti?

«Girolamo Russo sull’Etna, Arianna Occhipinti. E Francesco Guccione». 

“Se un vino è sempre perfetto, diventa come la Coca Cola”

E’ nella Selezione Puntarella, lo abbiamo intervistato.

«E’ un amico e un pazzo scatenato. Ricordo una serata folle a londra, abbiamo preso bici a noleggio e lui è caduto su un ponte. La cosa bella di Francesco è che i suoi vini possono essere pazzeschi o magari in qualche annata non perfetti, ma è questo il bello del vino. Se è sempre perfetto, il vino, diventa una Coca Cola». 

Parliamo del Guercio, inteso come vino

«E’ un work in progress,  con questo vado al confine per sperimentare e vedere dove posso arrivare. Minima estrazione, macerazioni molto lunghe, che diventano infusione, con dentro le bucce e il 20 per cento dei grappoli interi. Non mi interessa il colore, voglio l’eleganza». 

Foto di Benedetta Falugi

Nel 2017 hai incontrato il principe Carlo con Camilla, in un evento organizzato da Fis e ambasciata d’Inghilterra.

«Sì, ricordo che mi tremava la mano. Il principe Carlo, che mi è parso molto piccolo, si è avvicinato e mi ha detto: ah, tu sei quello con un occhio solo?».

“Mi disse Karl: se prendi i tre Bicchieri ti regalo l’Abarth 124”

Con i soci ora come ti trovi?

«Una meraviglia. Mi lasciano mano libera. Ti racconto una storia. Una volta Karl mi dice, devo andare a Maranello, vuoi accompagnarmi? Prendo la mia Skoda e vado. La Ferrari sembrava un ospedale. Neanche una goccia d’olio. Tutto pulitissimo. Tutto bellissimo. Tutti sorridenti. Bellissimo. Vedo un’Abarth 124 e dico che meraviglia. Karl mi sente e mi dice: «Se il nostro Chianti Classico prende i tre Bicchieri, te la regalo». In Austria il Gambero Rosso è molto seguito. Due mesi dopo mi chiamano e mi dicono che abbiamo preso i 3 Bicchieri. Avverto Karl, mi ero dimenticato della cosa, e sento un silenzio al telefono. Non sei contento, dico? E lui: «Cazzo, ora mi tocca comprarti la macchina». E’ lì fuori. E’ stato carinissimo».

Eh beh, decisamente carinissimo. Con le guide come va?

«Quando stavo a Riecine, volevamo rientrare nel Gambero e il russo appena arrivato organizzò un incontro. C’erano Antonio Boco ed Eleonora Guerini. Lei occhi blu, tatuata, capelli che cambiano colore, in quel momento erano rossi. La cantina era appena stata rifatta, costosissima. La invitiamo a vederla. «No, ne ho visto troppe di cantine». Tiro fuori i bicchieri di Zalto e lei dice: «Tutti i vini sono buoni negli Zalto». Apro un rosato e lei dice: «No, il rosato no». Le abbiamo fatto assaggiare tutti i vini e lei niente, per lei sapevano troppo di legno. A un certo punto mi sono alzato e le ho detto: se non siamo nella vostra guida per i prossimi 10 anni sono anche contento»

E invece…

«Dopo 6 mesi, avevo il mio nuovo vino, il Guercio. Ho pensato, questo non ha legno, questo le piacerà. Gliel’ho portato e lei: finalmente un vino buono. Sei mesi dopo alla Collection dei Chianti classici alla Leopolda, ero dietro un banco ma avevo il Guercio sotto il tavolo. Si è sparsa la voce e c’erano 40 persone che volevano berlo. Apro la bottiglia, imbarazzato, e vedo lei. Lo verso e mi sorrride da lontano. Ora siamo diventati amici. E’ una che non ha paura, scrive quello che vuole”.

Vero. Nel suo “Grande libro del vino illustrato”, la Guerini racconta la sua visita sfortunata a Riecine e descrive Sean così: «Sean era sempre lui, pungente e sarrcastico, bellissimo, con i capelli scompigliati, tra lo sporco e il casuale». Dopo quella visita la Guerini assaggiò il guercio, come racconta Sean, che nel libro descrive così: “Era un vino sospeso, leggero, poetico“.

Il recensore, un po’ diavoletto e un po’ maiale, di Puntarella Rossa.

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