Davide Lacerenza, le sue sciabolate ce le meritiamo

Davide Lacerenza, le sue sciabolate ce le meritiamo.
E se avesse ragione Davide Lacerenza, con i suoi «cavalli», le sciabolate, le kruggate, le scanalate, i missili? Se tutto il mondo della comunicazione del vino non ci avesse capito nulla per anni? Se fosse vero che doveva ascoltare già anni fa la presa in giro del «degustatore» Antonio Albanese che li avvertiva : state usando un linguaggio vecchio, grottesco, stantio. Roba antica, rivolto ad addetti ai lavori azzimati che partecipano a verticali polverose e autoreferenziali e si beano di mineralità, di selle di cavallo, di empiremautico. Siete ridicoli, diceva Albanese ai degustatori, non ve ne accorgete?

Non sarà che parlare solo di crosta di pane nello champagne ha po’ rotto le palle?

Non sarà forse, ci chiediamo, che i sommelier impettiti e arroganti – che ti guardano con disprezzo quando non sai la differenza tra Blanc de Blancs e Blanc de noirs – debbano essere mandati a quel Paese? Non è forse anche per colpa di questo mondo asfissiante che si bea di uno status symbol ed esclude il resto del mondo, non sarà per questa ragione che poi la «gente», il famoso «popolo», poi dice ma chissenefrega e va al supermercato a comprarsi un vinaccio qualunque?

Un dubbio atroce

E’ un dubbio atroce, sia chiaro, perché Lacerenza (qui nel Quartino di Intravino e qui in un altro pezzo) è volgare, sessista, kitch, talvolta decisamente orrendo. Non perché sia uomo del popolo, eh, non perché sia uno che ha cominciato scaricando cassette ai Mercati Generali, come spiega nel suo prossimo libro «bomba» «Vergine Single e milionario», in uscita il 28 luglio e già in testa ai preordini. Non è certo con un nuovo linguaggio a base di «figa pesante» e «ferro» (la Ferrari) che si progredisce nella comunicazione del vino.

 

Se Davide Lacerenza esiste è anche colpa nostra

Però, dai, facciamocela una domanda. Ammettiamolo: se Davide Lacerenza esiste è anche colpa nostra. O vostra, che noi c’entriamo poco. Ma siamo generosi e prendiamoci un po’ di colpa.

Colpa nostra, che abbiamo trattato il vino non come un prodotto fantastico, da raccontare e amare, ma come un simbolo snob e classista da esibire, parlando con una lingua ermetica e morta, buona solo per quattro parrucconi pieni di soldi o, peggio, scrocconi, pronti a smarchettare per avere la bottiglia da mostrare. E ora becchiamoci le sciabolate di Lacerenza, le kruggate, le scanalate, le storie Instagram, le cazzate.

Pentitevi, anzi pentiamoci, finché siamo in tempo.

Il recensore, un po’ diavoletto e un po’ maiale, di Puntarella Rossa.

Tutti gli articoli dell'autore
TORNA SU