Francesco Guccione, non solo Etna: “Ecco il mio Trebbiano siciliano e biodinamico”

Stappato Magazine Gucci

Francesco Guccione, intervista per Stappato.
«Vedo che molti parlano di biodinamica per letteratura. Leggono un libro, stanno al computer un’ora e credono di avere capito tutto». Francesco Guccione è uno dei migliori produttori di vino della Sicilia. La sua azienda è in contrada Cerasa, Comune di Monreale (Palermo) ed è in biodinamica da sempre. Produce Catarratto e un grande Trebbiano, inserito nella Selezione Puntarella Estate 2020. Durante il lockdown è rimasto felicemente isolato con un amico nelle sue campagne: «Era venuto Gigi Miracol, della Laguna nel bicchiere, che mi aveva portato i salici per le vigne. Siamo rimasti insieme per tutto il periodo».

“La biodinamica è un sistema agricolo aperto. Ci sono molte correnti e idee e non si applica nello stesso modo ovunque: la Sicilia non è il Veneto

Francesco, è sempre difficile parlare di biodinamica. Dalla scienza ufficiale sono spesso partite critiche e in molti ironizzano su cornoletame e dintorni.

«A me piace confrontarmi con tutti, anche se molti parlano per sentito dire.  Già mio padre faceva biodinamica senza saperlo. Io la faccio dal 2005, quando ho iniziato a fare vino. Eravamo in regime biologico, poi ho cominciato a studiarla, per motivi personali. Ero affascinato da certi aspetti di pedagogia, libertà, esoterismo. Mi faceva tornare all’infanzia. Ma la biodinamica è un sistema agricolo aperto».

Che significa?

«Che ci sono diverse correnti di biodinamiche e diversi principi che si applicano in maniera diversa a seconda di chi la pratica e del territorio. Nicolas Joly parla di vigna tra cielo e terra, e dà molta importanza ai movimenti astronomici, altri si focalizzano sul terreno. In Sicilia la biodinamica si può fare ma non a tutte le condizioni. Del resto Veneto e Sicilia hanno terreni diversi, sarebbe stupido se fosse uguale ovunque».

La Sicilia è una terra più calda.

«Infatti in Sicilia abbiamo molti esperti di aridocoltura. Poi c’è il cambiamento climatico da prendere in considerazioni, le piogge acide, l’aumento della peronospora».

Sei iscritto a Demeter, l’ente di certificazione biodinamico?

«No, all’inizio ho chiamato spesso ma non rispondevano, perché in zona non a avevano nessuno. Sono iscritto a Renaissance, che è un’associazione di agricoltori biodinamici al quale sono molto legato».

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Com’è stato questo periodo di Covid?

«Non semplice, anche se noi abbiamo continuato a lavorare. Ho sofferto al pensiero dei clienti e del mercato completamente fermo. Le misure anti Covid sono state molto invasive. Credo che il nostro modo di vivere sia cambiato e non in meglio. A un certo punto ho sperato che ci fosse un cambiamento in positivo. La doccia fredda è stata vedere la plastica ovunque, la rabbia delle persone, la gente che ne ha approfittato».

Uno dice Trebbiano e pensa ad Abruzzo, non a Sicilia.

«Invece a Cerasa il Trebbiano c’è almeno dal 1400. C’è chi dice che esisteva già da prima, che sono stati dei monaci a portarlo in Sicilia. Io l’ho trovato nell’azienda di famiglia.  Una volta lo coltivavano in tantissimi, ma siccome non gode di finanziamenti, è stato espiantato o non viene dichiarato, anche se viene spesso usato insieme al Catarratto. Del resto sono uve molto difficili da distinguere a occhio nudo».

Ma quindi si può parlare di un Trebbiano siciliano?

«Direi di sì. Esistono molti cloni di Trebbiano. E’ stata l’uva più diffusa in Italia. Sono varianti di trebbiano anche la Coda di volpe e la Garganega. Il Trebbiano è chiamato l’uva dei Papi perché piaceva all’epoca in cui il Papato si trasferì ad Avignone. L’Ugni Blanc francese è Trebbiano, anche se Oltralpe non ha avuto molto successo».

Come lo produci il tuo Trebbiano?

«I vini si fanno un po’ da sé, ogni uva e ogni contenitore hanno una storia da rispettare. Ho due terreni, uno caratterizzato da suoli con argilla più forte, uno da suoli bruni, più fertili e profondi. Facevo due vini, uno in acciaio e uno in legno. Poi ho fatto un unico trebbiano. Il T12 è stata la prima vendemmia. Siccome non aveva svolto tutti gli zuccheri, non mi sentivo di metterlo in bottiglia e l’ho tenuto nel legno. L’ho osservato per cinque anni».

Solo lieviti spontanei?

«Sì. Non puoi usare anche i selezionati, perché quelli si diffondono e prendono il sopravvento. In cantina, poi, serve molta pulizia, per evitare che lieviti o batteri indesiderati proliferino».

Il Trebbiano nella Selezione Puntarella fa solo acciaio?

«Sì, nel 2017 la produzione è stata bassa e c’è stata molta siccità. Io non faccio irrigazione di soccorso. In quel caso bisogna lavorare il terreno. Se piove molto, meglio lasciare l’inerbito, se piove poco meglio lavorare la terra per mantenerla più umida». 

Una volta facevi macerazioni lunghe.

«Sì, ma nel tempo sono tornato a cercare la leggerezza, che si può avere se hai una materia prima ricca, come avviene se c’è poca acqua e l’uva è molto concentrata».

I tuoi producevano vino?

«Mio nonno. Mio padre no, non era un bevitore, metteva l’acqua nel vino».

Sono contento del successo dei vini dell’Etna, anche se a volte deludono. Ma mi piacerebbe che ci fosse più attenzione anche sulla Sicilia occidentale

La Sicilia del vino sta avendo un grande successo, a partire dall’Etna.

«I vini dell’Etna stanno avendo una grande attenzione internazionale. Il che è positivo, anche se non tutti sono buoni. C’è una materia prima preziosa che a volte viene sprecata. Già prima non erano vini di grande qualità: il successo invece di aiutare, ha banalizzato un po’ il territorio. Ma mi piace essere positivo e sono contento che abbia attirato l’attenzione. Anche se non su tutta la Sicilia».

In effetti ci sono zone di cui si parla poco.

«Sì, non si parla abbastanza della Sicilia occidentale. Ci sono bravi produttori come Nino Barraco, Pierpaolo Badalucco, Aldo Viola. Oltre a Planeta che è a Nenfi».

Il consumatore non è un idiota che vuole vini facili o etichette famose. Mi piace un approccio aperto e spero che in futuro si comincino ad apprezzare i vini ossidativi

I consumatori siciliani si stanno abituando ai vini naturali?

«C’è un cambiamento lento e va bene così. Ho un sentimento di affetto per i ristoratori che comprano i miei vini, perché hanno una visione aperta e non ritengono il consumatore un idiota che vuole solo vini facili o etichette famose. Non mi piacciono le mode, ma mi piace un approccio aperto. Per esempio, spero che in futuro si comincino ad apprezzare anche i vini ossidativi. Che non sono per forza estremi. Come il mio T12, che è fresco, dritto, piacevole».   

Usi solfiti aggiunti?

«L’obiettivo è sempre quello di arrivare alla messa in bottiglia senza aggiungere solfiti. Ma non sempre le condizioni te lo consentono. A volte è necessario proteggere il vino al momento dell’imbottigliamento. Comunque sono pochi, meno di 30 mg. Un po’ di solfiti, peraltro, rendono il vino più digeribile».

Ti piacerebbe fare vino altrove?

«Ma no, una mia ex compagna mi chiese di fare vino sulle Madonie. Io, forse, sono un bravo agricoltore, ma solo a Cerasa, perché conosco la mia terra. Certo, si sbaglia, perché chi mangia pane fa mollica, come si dice dalle mie parti. Ma altrove avrei bisogno di un’altra vita per ottenere gli stessi risultati che ho raggiunto qui».

Il recensore, un po’ diavoletto e un po’ maiale, di Puntarella Rossa.

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