Elisa Seitzinger: “Per Stappato celebro il culto di Bacco e l’estasi delle martiri”

Piemontese della Val d’Ossola, mamma di Anna Stella, 5 anni, docente di Morfologia e Dinamica della Forma all’Istituto europeo di Design di Torino, Elisa Seitzinger ha i capelli rossi «come i rubini sintetici che produceva lo stabilimento di mia nonna nella Foresta Nera». Parlandole, è facile lasciarsi suggestionare, trovare nei suoi occhi e nella sua voce qualche eco delle sante martiri legate all’erotismo che indaga nelle sue illustrazioni. Il suo è un immaginario originale, denso, magico. Ci sono l’arte sacra, le icone russe, i mosaici bizantini, i tarocchi, l’esoterismo, la metafisica. E’ facile perdersi nel suo pantheon di bestie medievali e reliquie sghembe. Se ne sono innamorate Vinicio Capossela, per il quale ha realizzato il cofanetto con il libro illustrato di «Bestiario d’amore», e Jonathan Bazzi,  di cui ha disegnato la copertina di Febbre,  finalista  allo Strega. Ce ne siamo innamorati anche noi e l’abbiamo scelta per celebrare il culto di Bacco su Stappato, perfetta compagna di avventura e di bevute.

Seitzinger, che nome impegnativo. E’ il tuo?

«In realtà non mi chiamo così.  Seitzinger è il cognome di mia nonna, a cui ero molto legata. Era una donna di confine, protestante, veniva dalla Foresta Nera. L’ho scelto perché mi interessano molto le figure femminili forti».

Parliamone.

«Nell’iconografia del martirio, a partire dall’estasi di santa Teresa, Santa Cecilia,  Santa Barbara, Santa Agnese, Sant’Agata, erano tutte torturate in maniera un po’ erotica. Raggiungevano l’estasi nel martirio, secondo chi le rappresentava».

Stappato SEITZINGER

Disegno cose ieratiche, iconiche, bidimensionali. Non mi interessa la mimesi del reale, ma la trascendenza. E l’arte medievale, esoterica, ha questa capacità di sintesi simbolica.

Stappato Elisa seitzinger

Come hai cominciato a disegnare?

«Ho cominciato con due colleghi dello Ied con illustrazioni commerciali, come le sorpresine Kinder e il packaging per le Pastiglie Leone. Durante un viaggio in Sicilia, cinque anni fa, ho trovato la mia voce personale. Io sono del profondo Nord, al confine della Svizzera, ma dev’esserci un fil rouge che unisce queste terre estreme,  di confine. In Sicilia ho rintracciato gli archetipi e le stratificazioni artistiche sopite nel mio inconscio, che sono esplosi. Il culto dei santi, il folclore che si avvicina al paganesimo. Mi sono lasciata emozionare».

Ti sei definita un’artista post medievale.

«Sì, io faccio disegni ieratici, iconici, bidimensionali. Non mi interessa la mimesi del reale. E l’arte medievale, esoterica, ha questa capacità di sintesi simbolica».

Sei affascinata dai tarocchi.

«L’uso divinatorio che si fa dei tarocchi nasce durante l’illuminismo. E’ paradossale ma è proprio nel secolo del razionale che nasce l’esigenza di riscoprire il lato spirituale. Jung ne fa una bella analisi. La lettura dei tarocchi è quasi una seduta psicanalitica, un viaggio interiore.

Li leggi anche? Sei un po’ una fattucchiera?

«Sì, sicuramente sono una strega, ma non li leggo i tarocchi, li disegno soltanto. Me li hanno letti recentemente: mi hanno detto che devo far fuoriuscire una energia infantile che sto un po’ reprimendo».

Il lockdown da Covid non ti ha aiutato. Avevi mille progetti in partenza.

«Stavo partendo per un tour europeo di performance live con Vanguard, per cui ho disegnato una linea di etichette di soft drink. Avevo già il fatto il check in per Lisbona. Avevo iniziato anche una capsule Collection con Kristina Ti., che dovevamo lanciare al fuori Salone di Milano. Ma non mi fermo.  Sto finendo un mazzo di tarocchi per Sabat magazine, ho fatto un progetto per Barilla e sto disegnando la copertina dell’album Deep. England di Gazelle Twin e Nyx, artisti inglesi che fanno musica sperimentale elettronica e rispolvera le radici folcloristiche, pagane e un po’ horror anglosassone».

E il libro di Bazzi?

«Un libro stupendo e un incontro casuale. Avevo fatto una Santa Lucia per un magazine free press e Jonathan aveva trovato questo poster, che gli era molto piaciuto. Io gli avevo detto:  quando scriverai un libro, ti farò la copertina.  Allora scriveva già cose molto interessanti su The Vision. Ma non sapevo che effettivamente stava scrivendo davvero un libro: la storia della sua vita e la scoperta di avere l’hiv. A Santa Lucia le strapparono gli occhi. Li ho disegnati, prendendo ispirazione da una tavola medievale di Francesco Del Cossa. Somigliano a quelli di Jonathan e anche ai miei».

E Capossela?

«Avevo disegnato per un collettivo pugliese la copertina e un booklet per il concept album Formosus. Un papa riesumato dalla sua tomba a cui stato fatto un processo da cadavere. Rivestito da papa, fu messo su un trono papale della basilica di San Giovanni Laterano e processato, per esautorarlo dal suo potere». 

Pazzesco.

«In epoca medievale il confine tra vivi e morti era labile. Il processo al cadavere era previsto dalla legge germanica. Ho disegnato sei tavole. Vinicio in una tappa del suo tour è passato per Gravina ed è rimasto colpito dai disegni. Mi ha invitato a un suo concerto a Torino, siamo finiti in vineria, abbiamo fatto le quattro del mattino, ma sembrava finita lì. Un mese dopo mi ha chiamato per «Bestiario d’amore»,  che è un ep ispirato a un’opera del Basso Medioevo Richard de Fournival. Un medico e letterato alla corte di Francia che scrisse una lunga lettera alla dama che corteggiava senza speranze, paragonando il suo sentimento a quello di animali come lupi, unicorni, idre. Ne abbiamo fatto un booklet bello come uno scrigno prezioso, con carta uso mano e oro pantone per impreziosire. E’ uscito il 14 febbraio, giorno di San Valentino.  Poi, naturalmente, è arrivato il Covid». 

Il lavoro di illustratori è molto cambiato con l’avvento del digitale?

«Beh sì. Io sono ibrida, nel senso che disegno a mano, lavoro con la china e poi coloro in digitale. Se disegni album illustrati per l’infanzia magari sono ancora manuali. Ma ormai quasi tutto è fatto in digitale. A me piace disegnare a mano,  perché ho un tratto preciso, ma mi piacciono anche i piccoli difetti,  il tratto a volte netto a volte tremulo».

Gli illustratori sono sempre più ricercati.

«Sì, secondo me il mercato fotografico è andato in crisi perché ha costi alti. Dal 2008 circa è rinata l’illustrazione editoriale anche nel campo dei magazine e successivamente perché con app come Procreate per iPad è più facile e più veloce essere bravi. A riscoprire gli illustratori come risorsa in campo editoriale, non solo per i libri, c’è stato Francesco Franchi, con Il del Sole 24 Ore, poi passato a Robinson».

Tu dici: io disegno, non dipingo. Che differenza c’è?

«La linea. Quando disegni devi definire un contorno. Quando dipingi devi inserire iil tuo oggetto in un’atmosfera, renderlo più tridimensionale o più espressiva. E’ un discorso di padronanza cromatica. Il colore per me viene dopo».

Arriviamo a Stappato.  Raccontaci come hai lavorato per le nostre illustrazioni. 

«La sfida è stata cercare di mettere d’accordo il mio stile, a volte dark e antico, e renderlo contemporaneo. Ho rispolverato figure mitologiche che mi interessavano, come Bacco, Marte e Venere o Ermes e Venere. Divinità legate al piacere, all’aspetto dionisiaco, che è proprio del vino. L’ho ambientato in un salotto, un posto familiare, perché questo volete essere,  un luogo caldo che somiglia a un’enoteca vera, ma a casa propria. Dentro il mondo di Stappato ho aggiunto un tocco surreale, con animali domestici quasi umanizzati, il gatto, la murena, che osservano, quasi umani, voyeuristici».

Illustratori che ti piacciono?

«Per il passato mi piace tantissimo Aubrey Beardsley, avrete presente la sua Salomè di Oscar Wilde. Lui è un maestro assoluto. In Italia ce ne saranno un centinaio di bravissimi, ma non ne nomino perché sennò ne dimentico qualcuno».    

Allora ne diciamo noi alcuni: Camilla Falsini, Elisa Macellari, Philip Giordano, Riccardo Guasco.  Ma è arrivato il momento di brindare a Stappato: che vino beviamo?

«Non so, in casa ho un dolcetto di Roagna e uno champagne Drappier. Vanno bene?».

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