Elena Pantaleoni e la Stoppa: “La mia comunità solidale e felice”

La Stoppa vigneti vino

La Stoppa e Elena Pantaleoni, visita e intervista

Arrivi a Piacenza e ti incupisci, infilato in un dedalo di sei poli logistici da 5 milioni di metri quadrati, uno snodo intermodale zeppo di megacapannoni di lamiere ultramoderne e tutt’intorno i segni evidenti di uno sfruttamento intensivo del suolo. Cereali, barbabietola, soia e poi i 37 mila ettari di pomodoro che ne fanno la provincia leader in Italia. Una vertigine di grigiore industriale che improvvisamente si interrompe quando ti avvicini a Rivergaro e imbocchi la stradina in salita, costeggiata dai verdi filari di vite a guyot, che ti conducono alla Stoppa, oasi di bellezza, di umanità, di intelligenza e di ottimo vino.

Una grande famiglia

Elena Pantaleoni La Stoppa Stappato

All’entrata c’è Nicholas Schiackitano, 37 anni, che ci accoglie e ci avvolge in un lungo racconto che fa già capire molto di come è la Stoppa. Nicholas è di San Francisco, con origini siciliane, era sommelier a Londra in un ristorante importante, poi è arrivato in Italia nel 2011 per una vendemmia con Arianna Occhipinti e ha conosciuto Elena Pantaleoni, titolare della Stoppa. Un pomeriggio al mare ed è scattata l’intesa. Ormai da anni, Nicholas lavora con Elena e vive con suo marito ad Acquesio di Montechiaro, sopra il castello, un paesino che conta sette anime: Nicholas, Valentine e cinque anziani: «Ci siamo sposati in Francia ed Elena mi ha fatto da testimone – racconta Nicholas – Poi abbiamo fatto una festa qui con 120 persone. La madre di Elena, Angela, ha detto che è stata la festa di matrimonio più bella che abbia mai visto».
La Stoppa è diventata questo negli anni, il cuore di una comunità, il baricentro di una rete di giovani produttori, artigiani, ristoratori, appassionati, che condividono valori comuni e l’orgoglio di vivere a Piacenza. Elena è accogliente, concreta ma con la gentilezza che è suggerita dalla dolcezza dell’accento emiliano. Racconta: «Sono molto contenta per questa piccola comunità che si è creata. Ci sono produttori come Croci, Dinavolo, Casè, il Poggio, Shun, Distina, Montesissa, La Poiesa. Lavoriamo molto insieme. Per me è fonte di grande orgoglio e di felicità avere creato intorno a noi una comunità». In uno spirito non concorrenziale: «C’è spazio per tutti – dice Pantaleoni – Noi abbiamo smesso da tempo di fare il frizzante, perché il nostro terreno non è adatto. E all’importatore americano ho consigliato i rifermentati di Massimiliano Croci. Ora con un amico ristoratore ci è venuta la voglia di ricreare una comunità, un’associazione, mettendoci dentro i giovani produttori ma anche gli orti, le ceramiche, gli artigiani. Tutti quelli che sono accomunati dall’orgoglio di stare qui, con valori comuni, amicizia e stima».

L’altro giorno si è sposato Shun Minowa, il giapponese che è arrivato a produrre vino in val Trebbia proprio dopo avere conosciuto Pantaleoni. Dal 2016 è nata una collaborazione tra lui, Giulio Armani di Denavolo (che è l’enologo della Stoppa), Andrea Cervini de Il Poggio e Alberto Anguissola di Casè. Condivisione e aiuto. Come quando Massimiliano Croci si è trovato in difficoltà, qualche mese fa, e i ragazzi di Distina e altri sono andati ad aiutarlo a imbottigliarlo: «Vent’anni fa – racconta Pantaleoni – abbiamo vissuto anni di isolamento. La prima volta che ho preso i tre bicchieri del Gambero Rosso con la Macchiona, che è il nostro vino di punta, i primi critici sono stati i miei colleghi. Puzza, non è il vero gutturnio, cose così. Allora mi arrabbiai: ma perché, fate i vini che volete ma non attaccate me, così è una guerra tra poveri, non andrete da nessuna parte».

L’identità del Piacentino

Piacenza è uno snodo, vicino a tutto, un avamposto facile da raggiungere dalla Lombardia, dal Piemonte, dalla Liguria. Forse per questo non ha un’identità precisa. Qui ci sono 3 dop di salumi e 18 doc di vino, che è un numero smisurato: «Il gutturnio – racconta Elena – si può fare in cinque tipologie diverse, dal frizzante alla riserva. Che senso ha? Forse solo il Vouvray ha quest’estensione. E poi ci sono doc di Cabernet Sauvignon, Pinot Nero, Chardonnay e Sauvignon». La Stoppa è uscita dalle doc nel 2008: «Io ho sempre lavorato per cercare un’identità. Ageno, l’avvocato di Genova che fondò la Stoppa 120 anni fa aveva rapporti con la Francia. Quando mio padre comprò, cerano più vitigni internazionali che Barbera, Bonarda e Malvasia. Dal ‘96 ho iniziato a estirpare quei vitigni e impiantare i nostri. Mi sono detta: basta, facciamo solo 100 mila bottiglie ma del nostro vino. Dove vogliamo andare con il Sauvignon dei colli piacentini? Io voglio la mia identità e poi mi semplifico la vita. Dal 2016 facciamo solo bianco e rosso, senza rivendicare neanche l’Igt. Sono carte inutili. Il nostro approccio è di buon senso agricolo, non abbiamo dogmi. Prima mi chiedo perché fare le cose, poi come».
La Stoppa ha sette vini. Il Trebbiolo, Barbera Camporomano, Riostoppa, Macchiona, Ageno, Vino del Volta, Buca delle Canne. Niente bollicine: «Abbiamo smesso, perché su questa fascia collinare ci sono terre rosse antiche molto argillose, ricche di ferro e povere di azoto. Lo facevamo in autoclave. Ma le bollicine vengono molto meglio nella zona di Castell’Arquato. Lì c’era il mare, ancora trovi le conchiglie. Qui ci sono uve che maturano bene, c’è un clima caldo, molto zucchero, quindi ci sono frequenti arresti di fermentazione. E’ difficile farli rifermentare in bottiglia con tutto questo alcol».  Ora li chiamano Pet Nat: «Assurdo. Qui c’è una lunga tradizione, anche se l’Emilia fa un po’ fatica a venir fuori».
Qui avevate molti vitigni e avete fatto molte cose, ora avete semplificato e ridotto al massimo: «Io faccio quello che mi viene meglio con la natura che ho. Prima ci siamo tolti ogni tipo di sfizio ma poi ho detto basta, non ha senso. Per dieci anni abbiamo cercato di fare pinot nero ed era un mal di testa continuo, perché qui non è zona. L’agricoltura è mettersi al servizio della natura. Guidandola, ma anche assecondandola. Se ti imponi non vai da nessuna parte».

I vini naturali

«Agli inizi degli anni 2000, sembrava che non fossimo più capaci di fare il vino. Non eravamo più apprezzati, non ci capivano più. Eppure il vino era lo stesso». E’ una crisi che arriva in un momento particolare, quando il movimento dei vini naturali sta crescendo. La Stoppa ne ha fatto parte, sin dagli inizi: « In realtà non ci siamo mai considerati vignaioli naturali, perché il vino lo avevamo sempre fatto così. Giulio, l’enologo, è arrivato nel 1980. Qui c’era l’università, mio padre aveva sperimentato tutto. Poi Giulio, con il suo buon senso, mi ha detto: ma perché devo far spendere dei soldi per far fermentare il mosto che fermenta da solo? E quindi siamo andati avanti così».

A metà degli anni ’80 la Stoppa andava alla grande: «I primi colleghi erano quelli dell’associazione viticoltori italiani d’eccellenza, Vide, creata da Luigi Veronelli: c’erano i più bei nomi della vitivinicoltura italiana dell’epoca. Eravamo in una fase di transizione. Molti di loro sono cambiati, hanno cercato l’enologo famoso, per avere i punteggi alti di Wine Spectator. Noi siamo rimasti gli stessi. Sono stati anni difficili, ero e sono responsabile di molta gente. Abbiamo chiesto soldi alle banche. C’era da decidere se essere liberi o schiavi. A quel punto ho detto a Giulio: invece di cambiare il vino, proviamo a vedere se riusciamo a cambiare i clienti. Così abbiamo fatto. Abbiamo preso la nostra valigina, e siamo andati in giro per il mondo, per fiere e per amici».

L’Ageno

La prima annata di Ageno è stata nel 2002. Ageno è un macerato, un orange, come si dice oggi. «Ci guardavano strano, allora, ma qualcuno in Scandinavia, in America, lo comprò. Ageno è stato molto importante, perché ci ha dato identità. Il 1995 è stato l’ultimo anno che abbiamo vinificato in bianco. Ci siamo detti: con questo sole non riusciremo a fare un Sauvignon che ci piace. Abbiamo aspettato sette anni. Ci siamo detti: qual è il senso di fare vini per i quali, a seconda del colore della buccia, cambia il tipo di vinificazione? Se è interessante la macerazione per fare vini rossi da  invecchiamento, facciamola anche sui bianchi. Nel ’98 e ’99, Stanko Radikon faceva i primi orange. Anche il suo lavoro ci aiutò».

L’azienda

La Stoppa ha 58 ettari. Un tempo erano 150, poi alla morte del padre i due fratelli ne ebbero una parte ciascuno: «Mio fratello ha scelto di andare in Francia, a Limoges. Io sono rimasta con 58 ettari, aumentando la superficie vitata da 24 a 30 ettari. Allora si poteva comprare facilmente altra terra, ma mi dissi: mi bastano questi. E ho fatto benissimo. Scesi nella produzione da 180 mila bottiglie a 100 mila. Decisi di destinare 20 ettari a barbera e bonarda, 5 a malvasia e  5 a semillon, merlot, syrah e grenache».

Il Biologico

Andando per aziende, si impara che le cose son sempre più complesse di quelle che pensi. Ci sono quelli che dicono che il biologico inquina, quelli che «non serve», quelli che «costa troppo», «troppi controlli» e quelli che «sono biologico ma non mi certifico». Elena dà la sua versione: «Per me è un prerequisito. Ma mi certifico solo in vigna, ottenendo in cambio i contributi europei. Con il biologico puoi usare solo rame e zolfo. E piretro, se vuoi fare diserbo. La certificazione in cantina non ha alcun senso. Lì potresti usare più o meno quello che si usa in convenzionale, con quantità ridotte. Servirebbe averla anche in cantina, soltanto se volessi scrivere biologico in bottiglia. Ma io non voglio quel tipo di cliente che vuole la scritta biologico».
Anche rame e zolfo inquinano i terreni: «In realtà il rame costa molto poco e per questo è inviso». Sei complottista? «No, realista. Comunque, l’inquinamento dipende dall’abuso. La zona della Stoppa è molto secca e ventosa e il problema è l’oidio, quindi si usa più zolfo che rame».

L’orto 

«A me piace la campagna, ora abbiamo un pollaio con le galline per fare le uova e, da quattro anni, un orto semiprofessionale». Si passeggia nell’orto, bellissimo. Si assaggia il profumatissimo nasturzio, l’acetosella. Non è per i soldi: «Macché, qui è tutto un costo. Lo facciamo per la bellezza. E per avere un po’ di prodotti buoni per la cucina: da noi si mangia tre giorni alla settimana, martedì, venerdì e sabato a pranzo». Elena si illumina quando passeggia per l’orto: «Ho scoperto il mondo dei semi. Sono quasi tutti F1, il che vuol dire che non puoi riprodurli, che dipendi dal venditore. Anche con le galline è assurdo, non riesci a trovarne di normali, solo ibridi commerciali e razze rarissime». Jonathan Nossiter, il regista che la filmò in Resistenza naturale e che ha aperto un orto sul lago di Bolsena, le ha dato alcuni semi e piante: «Ecco, questa è una varietà di pomodoro che si chiama black cherry. Dolcissima».

Dipendenti e collaboratori

Oltre a Nicholas, alla Stoppa ci sono alcuni lavoratori fissi, dipendenti a tutti gli effetti, oltre a stagisti e praticanti: «Lui è Gianluca, ha fatto gli studi a Pollenzo, è laureato in economia. E’ venuto l’anno scorso per la vendemmia e l’ho tenuto come apprendista. Ci sono altri due ragazzi di Pollenzo, un cileno che è con noi da 20 anni, due ragazzi marocchini, due macedoni, un cubano. «Tutte le persone che ho, le ho assunte. Non amo lavorare con le cooperative. Solo in vendemmia arrivano 10-15 persone in più».

Progetti per il futuro / 1  il Cile

Come si vede Elena Pantaleoni tra dieci anni? La domanda non la coglie impreparata. Si capisce dagli occhi l’impazienza nel voler fare sempre qualcosa di nuovo. Racconta: «Con mia madre abbiamo un’azienda in Cile. Lei si era trasferita lì nel ’99.  Abbiamo piantato uve internazionali e, dal 2016, abbiamo iniziato un altro progetto con Nicola Massa, un amico che ha vissuto diversi anni a Rio De Janeiro. Compriamo uva paìs, portata dagli spagnoli nel 1500. E’ El Pisador, La Mision. Ci vado ogni anno, ma mi piacerebbe stare più tempo là».

Progetti per il futuro / 2 Editoria agricola

Ma forse il progetto che la attira di più è un altro. Prima di venire a lavorare alla Stoppa, aveva una libreria, che era anche un negozio di dischi. La passione per i libri e le riviste le è rimasta: «Mi piacerebbe creare una casa editrice. Secondo me c’è spazio. Vorrei una rivista o una collana che parli di agricoltura, non solo di vino. Con consapevolezza. Una rivista magari in tre lingue, italiano, inglese e spagnolo». Squaderna sul tavolone dell’accoglienza una serie di riviste del mondo: Pipette, Noble Rot, Le Rouge e le Blanc, Cook inc. E l’Integrale, la rivista sul pane finanziata da Davide Longoni e diretta da Diletta Sereni, che ci ha raggiunto: anche lei è ormai entrata a far parte della comunità piacentina, di questa strana alleanza sociale del Piacentino.

Diradamento

E’ una pratica importata dalla Francia e venuta di moda negli anni ’80. Se ne parla, per esempio, nel film Barolo Boys. Diradare vuol dire ridurre il numero dei grappoli, tagliandone alcuni, così da consentire di far crescere meglio gli altri. Pantaleoni è contraria: «Non facciamo diradamento. Ci sembra una stupidaggine gigante. Qual è il senso? Se devi fare diradamento, vuol dire che hai sbagliato qualcosa a monte. Nel momento in cui fai la vigna, devi conoscere bene appezzamento, esposizione, orientamento, varietà, portainnesto, sesto d’impianto, sistema di allevamento. Anche questo, senza fare del complottismo, mi pare un po’ un sistema tecnico-enologico moderno».
Ma il ragionamento qui si fa più interessante, perché meno tecnico: «Ti dicono di fare analisi del terreno e se ci sono carenze, di aggiungere cose. Non per forza chimica, magari anche il sovescio della biodinamica. C’è questa idea che nel terreno, così nel vino, ci debba essere un equilibrio. E quindi il giusto rapporto tra azoto, fosforo e potassio. Ma così facendo neghi tutta la questione del terroir. Se tutti i terreni fossero uguali, non avremmo più differenze».

Filtrazione, raffreddamento e cernita

Alla Stoppa non ci sono tavoli di cernita, il raffreddamento delle vasche si fa facendo scorrere acqua fresca quando necessario e c’è un solo filtro a cartoni, usato per il Trebbiolo: «E’ un vino che viene da uve meno stabili, che ha fatto macerazione più breve e che vogliamo vendere  giovane. Spesso ha un po’ di residuo zuccherino. Essendo un po’ meno stabile, è meglio filtrarlo. Nel momento in cui lo filtri, devi aggiungere un po’ di solforosa.

Le annate

«Abbiamo in vendita la Macchiona del 2002-2006-2009-20010-2013. La Barbera Campo Romano è del 2011 ed è buonissima. Per Ageno siamo fuori con due annate, la 16 e la 19. La 17 e la 18 sono finite. In annate particolarmente interessanti abbiamo fatto anche 40 mila bottiglie di Macchiona, invece di 20 mila. Anche in questo ci sentiamo liberi».

Il prezzo del vino 

«Il prezzo medio è di 10 euro a bottiglia. Che è tantissimo per Piacenza, poco per altre zone. Ma per me l’etica inizia in campo, con le vigne, con i dipendenti, i fornitori, gli artigiani. E arriva fino al cliente. Quando hai i soldi per pagare dipendenti, fornitori e vivere decentemente, basta così. Per cui, tengo i prezzi bassi». Quello dei prezzi è un tasto delicato. Perché spesso lo si lega, erroneamente, al valore di un vino: «Non è così. I costi di produzione li conosciamo, certi prezzi non sono giustificati. Poi posso anche essere disposta a pagare molto, ma ci deve essere una grande storia o qualche ragione particolare. Nei tempi passati, dopo aver preso i tre bicchieri con la Vigna del Volta, se avessi triplicato il prezzo, sarebbe stato preso più in considerazione. Ma, come non mi piace mettere il bollino del biologico, così non voglio quel tipo di clientela che pensa che più spende, più ha. Sto bene così».

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