Andrea Petrini e gli influencer del vino: “Troppo snobismo, scendiamo dal piedistallo”

Andrea Petrini e gli influencer: “Troppo snobismo, scendiamo dal piedistallo”. Cominciamo con il dire subito, a scanso di equivoci, che quest’intervista è gratis. Nessuno ha pagato nessuno. Abbiamo contattato Andrea Petrini, uno dei protagonisti della nostra classifica su influencer e sommelier (che molto ha fatto discutere), proprio come si faceva una volta. Bei tempi. Si intervistavano le persone perché si era interessati alla loro opinione. In realtà non è vero, il mito del giornalismo puro è, appunto, un mito. Ma, insomma, l’idea è quella di discutere con un appassionato ed esperto di vini di lungo corso, attivo dal 2007 con il suo bel blog Percorsi di Vino, ma anche responsabile eventi di Slow Food e wine writer molto rispettato e di ottima reputazione (segnatevi la parola, ci torneremo).

Andrea Petrini Stappato
Foto Andrea Moretti

Andrea, c’è una confusione totale, ormai, tra giornalismo e comunicazione, tra informazione e pubblicità. Sono saltate le barriere, non ci sono più confini.

«Sì. Io lavoro in questo settore da quasi 15 anni. Prima di me erano in pochi, Lavinium di Roberto Giuliani e forse Acqua Buona. I blog erano siti indipendenti nati in contrapposizione ai giornalisti enogastronomici, sulla cui etica avevo forti dubbi. I blog erano una reazione a queste fonti ufficiali».

E ora? Cos’è cambiato?

«Ora, paradossalmente c’è una contrapposizione tra blogger – che comprendono anche vecchi giornalisti un tempo ostili alla rete –  e instagrammer. Dove uno è in lotta con l’altro. E stavolta, per paradosso, è su Instagram che c’è più confusione tra pubblicità e informazione.  Spesso non sai bene se questi ragazzi, molto giovani, le bottiglie se le comprano, se gliele danno, se vengono pagati».

Beh, non saranno gli unici. Tu le compri le bottiglie di cui parli?

«Non che i blogger siano dei santi, certo. Io sono uno dei pochi che non chiede campioni. Me ne arriva solo qualcuno, altrimenti il vino lo bevo alle manifestazioni, agli eventi, con gli amici che stappano bottiglie. Diciamo che l’80-85 per cento delle bottiglie o le compro o sono prese in eventi».

Il ricatto “morbido” è noto: te la regalo ma parlane bene.

«Certo, funziona così, anche agli inviti stampa. Io ci vado poco, anche perché mi sono stufato, ne ho visti troppi di questi eventi. E poi ho un altro lavoro, non ho bisogno di regali per campare».

Mille euro per parlare bere di una bottiglia fanno gola? Anche cento. 

«Il punto è quello. A me non servono quei soldi e non mi voglio certo sputtanare. Non mi interessa. Mentre i ragazzi, spesso e volentieri, per 100 euro parlano bene anche di una bottiglia orrenda».

Tu come ti definisci?  Blogger, instagrammer, giornalista, influencer?

«Ma no, io sono un wine blogger al 100 per cento».

Non ti consideri un po’ anche influencer?

«Dipende da cosa significa. Nella vostra lista, la sola vera influencer è Monica Larner».

Beh sì, lei da un bel po’. Robert Parker, Wine Spectator. Un altro mondo.

«Infatti, se mette 100 centesimi a un vino, il prezzo triplica. In parte lo è anche Cernilli, influencer. Il resto poco».

Ma poi influencer di chi? Questo è il punto. A chi si rivolgono? A sommelier, appassionati, enotecari, giornalisti, espertoni, consumatori normali?

«Esatto. Sono pubblici molto diversi. I pischelli, i millenials dico, si rivolgono a gente di una età media abbastanza bassa. Molte persone che fanno un buon lavoro intercettano quella fascia di clientela, che magari io non intercetto, perché faccio più approfondimenti. Il mio pubblico sono i sommelier, quello di molti influencer i neofiti».

Non è poco.

«No, anche perché sono in grado di far avvicinare al mondo del vino delle persone che non ne sanno nulla. E usano un linguaggio che funziona».

Diciamolo: c’è troppo snobismo verso gli influencer.

«Assolutamente sì. Un tempo li mazzolavo abbastanza. Perché alcuni scrivono e non sanno nulla. Magari fanno il primo livello Ais e già scrivono e vedi stupidaggini tremende. Avevo un grande pregiudizio nei loro confronti, ma visto che era un fenomeno che andava alla grande, ho deciso di studiarlo. Ho amici nella classifica che mi hanno fatto notare che effettivamente alcuni di loro spostano molte bottiglie. Alcune loro campagne funzionano e hanno riscontri nelle aziende».

Insomma, non sono tutti da buttare.

«Se uno ogni tanto scende dal piedistallo e va a capire come funziona la new age, tra tanta fuffa le trovi 10-15 persone che lavorano bene. Alcuni hanno una base culturale del vino importante, altri sono bravissimi sui social e fanno cose interessanti, innovative».

I follower non sono tutto. Lo sappiamo anche noi che abbiamo fatto la lista: quei numeri sono una base di partenza, ma bisogna valutare caso per caso e andare oltre. All’engagement, per esempio.

«Esatto, l’engagement rate. Per me Instagram è un mondo nuovo, anche se ho 22 mila follower, ma so che quello che conta sono le condivisioni, i commenti. Magari hai decine di migliaia di follower ma nessuno interagisce. E poi c’è la reputazione».

Già, la reputazione. Che bella parola antica. Se sei Sgarbi, ti conoscono in molti, ma ti credono in pochi se ti lui ti dice di toglierti la mascherina, per fortuna. La reputazione, però, è difficile da valutare.

«Certo, ogni classifica è soggettiva. Chi è il stato il miglior chitarrista al mondo?».

Jimi Hendrix

«Dipende dal critico musicale. C’è un tasso di soggettività. Quindi puoi essere un micro influencer e contare molto di più di uno molto più in alto in classifica».

Vuoi dirci il nome di qualche influencer che apprezzi?

«Certo. Mi piace molto Chiara Giannotti, di Vino Tv. Simona Geri, che sta andando molto bene. E Stefano Quaglierini, che è molto bravo anche nei video. E poi apprezzo anche Saverio Russo, Laura Donadoni e Giuseppe Petronio. Gente diversa per stile e pubblico, che però lavora bene».

Benissimo, è ora di andare a mangiare una cosa, pagando s’intende. A proposito, come sono le carte dei vini a Roma?

«Un mezzo disastro. La maggior parte dei ristoranti ha carte imbalsamate, con i soliti Planeta e Fontana Candida. Sono pochi quelli che ci credono davvero. Cito Barnaba, Osteria Monteverde e molti di quelli che segnalate anche voi su Puntarella Rossa».

Anche il cliente, però, deve crescere.

«E’ vero, spesso i ristoratori fanno una lista di vini qualunque, presi da un unico distributore. Tanto, dicono, li comprano comunque».

Odio quando sulla lavagnetta scrivono: Chardonnay, Merlot, Nebbiolo. Ma che vuol dire? E’ uno Château Petrus? Uno Chablis? Un Barolo?

«E’ vero, non significa nulla. Ma a poco a poco qualcosa sta cambiando».

Il recensore, un po’ diavoletto e un po’ maiale, di Puntarella Rossa.

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